"C'era un gran rumore negli universi. Generazioni di stelle nascevano e morivano sotto lo sguardo di telescopi assuefatti, fortune elettromagnetiche venivano dissipate in un attimo, sorgevano imperi d'elio e svanivano civiltà molecolari, gang di gas sovreccitati seminavano il panico, le galassie fuggivano rombando dal loro luogo d'origine, i buchi neri tracannavano energia e da bolle frattali nascevano universi dissidenti, ognuno con legislazione fisica autonoma.
Ovunque si udiva il grido angoscioso di schegge, brandelli, filamenti, scampoli, frattaglie chimiche e asteroidi che cercavano invano l'intero a cui erano uniti fino all'istante prima. Era un coro di orfani e profughi spaziali, in fuga verso il nulla con un muggito di mandria terrorizzata.
Fu in questo scenario di divorzio universale che un giovane ardito atomo di ossigeno si slancio dal trapezio della vecchia molecola per volare verso un nuovo trapezio, dove lo attendeva un atomo di idrogeno per una nuova eccitante combinazione. Ma, dopo un triplo salto mortale, l'atomo acrobata mancò per un nonnulla le braccia protese dell'idrogeno-porteur, e precipitò nel vuoto sidereo con un urlo angoscioso.
L'atomo di ossigeno era il nipotino preferito di una gigantesca Supernova che, impazzita per il dolore, puntò la sua massa contro una piccola galassia lenticolare, e già si attendeva il lampo e lo schianto di un miliardo di stelle, quando, improvvisamente si fece un gran silenzio.
Tutto nei cieli si fermò.
Tutto, a eccezione di un leggero brivido nella periferia di una galassia situata più o meno nella Zolla delle Due Orse. Qui c'era un pianetucolo orbitante insieme ad altri otto compari attorno a una stella di media grandezza. Detto pianetucolo aveva un satellite naturale e migliaia di satelliti succedanei: biglie aculeate, bozzoli stronziformi e barattoli imbandierati lanciati in orbita per chissà quale rito o mania. Questo satellite naturale, pallido e foruncoloso, che nella lingua pianetoide è detto "Luna" (Liu-nah), un tempo ispiratore di grandi afflati e imprese spaziali, era rapidamente tornato al suo ruolo di fondale per effusioni. Purtuttavia, per senso del dovere in ossequio agli equilibri gravitazionali, anche quel giorno arrancava faticosamente sul rettilineo un po' sghembo della sua orbita, verso un particolare posizione che raggiungeva all'incirca una colta al mese, e di cui andava orgoglioso.
In questa posizione il satellite, che era buio e spento, riceveva in pieno i raggi della stella Sole (Shoo-leey) apparendo luminoso e splendente. Rimandava quindi sul pianetucolo (Tee-rrah) la suddetta radiazione spacciandola per roba sua. In tal modo i suoi grigi deserti e miseri crateri apparivano quanto mai affascinanti.
Questa fase era detta del "faccione" o di luna piena. Al suo seducente verificarsi, dalla biosfera indigena del pianetucolo si levò un coro entusiasta: le rane gracidavano, i grilli vibravano, i mannari ululavano, i paranoici deliravano, i poeti versificavano, le lattughe incrementavano, le anguille emigravano. E crepitavano baci. [...]"
- Stefano Benni, Elianto -